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MALAMORE

(Ma l'amore no)

Canzoni, ballate, struggimenti e  poesie

dedicate a Guido Ceronetti

Con Elena Mammone, Luisa Trompetto, Patrizia Da Rold

Organetto diatonico: Raffaele Antoniotti

Regia: Manuela Tamietti

Testi di Guido Ceronetti e Manuela Tamietti

Con MALAMORE, Ma l’amore no, la Compagnia raccoglie in un recital dal vivo le suggestioni canore, culturali ed emozionali di un’epoca che va da inizio ‘900 fino ai giorni nostri.

Ma l’amore no è stato ideato per omaggiare Guido Ceronetti  per il suo ottantatreesimo compleanno nell’agosto 2010 e successivamente è stato proposto ad un ampio pubblico, in strada, in occasione del Festival dei Disperati di Torino nel giugno 2011.

“Di quanto mi è stato mostrato in strada il vostro gruppo musicale è stato tra i più piacevoli. Li conoscevo già ma è stato un’allegria ritrovarli insieme”, scrive il Maestro in una sua lettera.

Il successo dell’evento ha indotto la Compagnia adampliare lo spettacolo spaziando anche nel  repertorio di ballate, poesie e  racconti dell’autore.

Le canzoni dei primi del ‘900 come Miniera o il Tango delle Capinere rappresentano un mondo in cui con semplicità  e ironia si raccontano  altre piccole storie in forma di siparietti passando con disinvoltura attraverso varie  epoche e  sorprendendo  lo spettatore con trovate sceniche e  soluzioni teatrali.

Malamore  raccoglie quindi, oltre  alle canzoni  che hanno alimentato la  giovinezza e  la  fantasia di Ceronetti, momenti di teatro, racconto, improvvisazione  e poesia, e cerca di creare un’atmosfera in cui le memorie antiche gettano uno sguardo non solo alle storie del passato ma anche a quelle del presente sorprendendo lo spettatore con l’utilizzo  contrastante di  atmosfere rarefatte e ritmi distesi e umani che  bilanciano i ritmi frenetici dell’attualità.

Lo spettacolo ben si presta a rappresentazioni in spazi al chiuso ma anche in strada o all’aperto, sede delle principali soddisfazioni del Maestro Ceronetti  passato al Teatro di Strada nei suoi ultimi dieci anni di attività artistica

Scrive Ceronetti: “Ci sono ricompense vertiginose, quando quattro o cinque paia d’occhi incantati ti fissano per almeno mezz’ora, e per loro vorremmo avere almeno dieci anime da dargli in nutrimento e mani per guarirne tutti i mali futuri. Allora si è vivi davvero e il disfacimento urbano, il crimine che la città è diventata, incontra una renitenza pulita, un semino fertile di riscatto”

 


 

 


Da un'idea di Manuela Tamietti

Di Renato D'Urtica
Con Manuela Tamietti

Musicisti
Elena Straudi
Raffaele Antoniotti

Voci: Renato Novara, Simone Vercellina, Gino Lana

Scenografia e ombre:
Silvia Sanfilippo

Marionette: Teatro dell'Angolo

Musiche originali:
Raffaele Antoniotti

Progetto luci: Bruno Pochettino

Costumi: Francesca Arcangeli

Regia: Luigina Dagostino


Il racconto di due vite normali che dipanano il filo degli eventi quotidiani nel quieto mormorio dei loro pensieri. 



Tutto è dominato dalla presenza - o - dall'assenza - del paese natale che sottolinea con la potenza del ricordo l'importanza della memoria come tratto incancellabile che distingue ogni individuo ed ogni comunità.




Un uomo e una donna, le cui esistenze si sfiorano appena senza mai veramente intrecciarsi, e altri testimoni della loro vita, a cavallo tra '800 e '900 e fino ai giorni recenti, raccontano sommessamente la storia semplice di chi non conosce fama né grandezza.


Trattasi di uno spettacolo di teatro-racconto con musiche dal vivo e utilizzo di teatro di figura: ombre cinesi e marionette manovrate a vista.
Il lavoro è frutto di una ricerca e di uno studio di circa un anno e mezzo, svolto sul territorio.
Testo e musiche sono originali.
Gli strumenti suonati in scena sono: arpa, organetto diatonico, ghironda, sax e whistle.
Il racconto viene vissuto attraverso gli occhi dei due protagonisti, che si incontreranno una sola volta, e da una decina di altri personaggi, , (la madre, la vicina, il nipote, l'impresario ecc…), attraverso il tempo, almeno 70 anni di esistenza.
Lo spettacolo si presta per repliche scolastiche, dalla media inferiore.

Non sempre il Piemonte è stato il luogo ricco di lavoro e di opportunità in cui ci siamo trovati a vivere. Per lungo tempo l'attività industriale è stata circoscritta ad una parte del territorio, lasciando alcune delle vallate al di fuori del processo che nel corso degli anni ha contribuito a rendere migliori le condizioni di vita dei suoi abitanti.
Molti piemontesi si sono trovati nell'impossibilità di fruire delle opportunità concesse ad altri conterranei: a loro non è rimasta che l'emigrazione, come le generazioni che li avevano preceduti, spesso solamente stagionale, definitiva in altri casi tutt'altro che rari. Come spesso capita a coloro che non hanno speciali qualificazioni professionali, i lavori disponibili erano i più pesanti ed i meno ricercati, ad esempio la manovalanza edile. Ma anche in questo ambito apparentemente privo di sbocchi una consistente parte di emigranti partiti come semplici muratori ha saputo creare, specie in Francia - terreno privilegiato a causa della relativa vicinanza - una specie di élite professionale, grazie a quella complessa mescolanza di sentimenti ed impulsi che spinge un uomo a dare il meglio di sé, tanto più se le opere che egli crea sono destinate a durare nel tempo, non importa se si tratti di una scultura monumentale o di un semplice gradino di pietra.
Emigrazione dunque vista come speranza di vita migliore, anche se accompagnata da dubbi e lacerazioni, sia per chi era costretto a partire, sia per coloro che rimanevano: solitamente le donne, madri, mogli, figlie, e gli anziani che talvolta avevano alle spalle un'identica storia.
Il distacco si viveva profondamente anche senza muoversi di casa, e insieme la speranza e l'attesa ed il disagio della lontananza, con il pesante compito di tenere unita la famiglia avvicinando individui che talvolta, al rientro in paese dopo molti mesi, non si riconoscevano più nelle abitudini quotidiane. Spesso questo disagio veniva superato con uno strappo definitivo, con il trasferimento di intere famiglie all'estero non appena le condizioni economiche lo permettevano; altre volte erano gli emigranti stessi a crearsi un nuovo focolare, lasciando che i vecchi legami si indebolissero e svanissero lentamente man mano che i familiari rimasti a casa invecchiavano e morivano svuotando le antiche case nelle vallate.

Diverso invece il discorso per chi restava, per scelta, per caso o per necessità. La vita scorre comunque, ma non vi sono grossi sobbalzi, al di là di quelli che il destino ci riserva, in qualunque luogo ci capiti di vivere. Ma chi passa una vita intera nello stesso posto spesso si accorge del tempo trascorso - e dei cambiamenti avvenuti - solo quando si volge a ricordare il passato. Forse solo allora ci si rende conto del patrimonio inestimabile costituito dai piccoli ed insignificanti frammenti di vita quotidiana che formano il disegno dell'esistenza, e della loro estrema fragilità.
Importante è dunque la trasmissione della memoria, e non solo di quella costituita dai grandi eventi storici, poiché la consapevolezza della propria identità passa attraverso le semplici vite di ciascuno e rende più ricca ogni comunità sociale.
E' appena il caso di ricordare che, passati ormai i tempi dell'esodo, il Piemonte si è trovato e si trova tuttora a vivere la stessa situazione, questa volta però dall'altro versante, quello della comunità che accoglie individui meno fortunati offrendo loro opportunità inesistenti nei luoghi di origine: basti pensare al boom industriale degli anni '60 con l'arrivo dei lavoratori dal sud Italia e, più recentemente, a quello degli immigrati stranieri.
Se l'esperienza può quindi insegnare qualcosa, è qui che si fa evidente il valore inestimabile della memoria, che può aiutare la società nei difficili rapporti con persone provenienti da culture spesse volte tanto differenti: a patto però che non si perda il ricordo delle umili vite dei nostri predecessori, ed il significato universale dei loro sacrifici.

 

“Leggendario”

da un’idea di Antonio Rosanò, liberamente ispirato dal libro “leggende valdostane” di Tersilla Gatto


di Antonio Rosanò, Raffaele Antoniotti e Anna Paola Zavattaro


Attrice:
Anna Paola Zavattaro
Musicista:
Raffaele Antoniotti
Progetto luci:
Antonio Rosanò

Scenografia: Anna Paola Zavattaro e Antonio Rosanò
Musiche originali: Raffaele Antoniotti
Quadri, maschere e costumi: Anna Paola Zavattaro

 

 

“Uno spettacolo in cui diventa difficile scindere la realtà dall’immaginario. Antichi racconti per spiegare gli eventi cullati dalla musica che accompagna l’attrice ed a volte si sostituisce a lei.
Uno spettacolo di grande suggestione grazie ad effetti luce e sonori che sottolineano le emozioni degli eventi.
Il leggendario si fa vivo e comprensibile sia nel dramma che nella gioia lasciando negli animi un soffio di mistero…”

 

Il lavoro è frutto di una rielaborazione di antiche leggende e dalla libera interpretazione della raccolta di leggende valdostane di Tersilla Gatto.
Lo spettacolo del genere teatro-racconto è caratterizzato dall’esecuzione dal vivo di musiche originali e dall’utilizzo di teatro di figura con ombre cinesi e maschere.
L’originalità della rappresentazione sta nell’avvicinare l’antico e il nuovo attraverso l’utilizzo di moderne attrezzature per effetti luce ed audio e nell’impiego di sofisticati strumenti musicali virtuali che accompagnano l’organetto diatonico e il whistle suonati dal vivo.
L’attrice interpreta differenti personaggi che vanno dalla semplice voce recitante al personaggio fino ad immedesimarsi con esso: guarda da lontano gli eventi per poi farne parte in un continuo ed affascinante movimento.


Lo spettacolo si presta per repliche scolastiche.


 


“Le storie della volpina”

"Spettacolo per i più piccoli dai 2 agli 8 anni"

 

Da un'idea di Manuela Tamietti
di

Maurizia Vaglio


con Elena Mammone e Raffaele Antoniotti

Scenografia Patrizia Da Rold

Animaletti Elena Mammone e Manuela Tamietti

Musiche Raffaele Antoniotti

Regia Manuela Tamietti

Spettacolo per attrice sola e musicista eccentrico.

Le favole sono narrate da una volpina domestica che viene a mangiare, ogni sera, la minestra nel piatto di Alice. A Serafina, la Volpina, piace tanto la minestra e allora in cambio regala ad Alice delle belle storie del bosco, una per ogni minestra: lo Scoiattolo egoista, l'Orsetto goloso e lo Gnomo distratto. Tutte le avventure sono ambientate a Bosco Birillo, il boschetto in cui lei vive e di cui racconta le avventure dei piccoli abitanti che hanno peli o piume ma pregi e difetti umani.

Un'orsetto goloso rimane imprigionato in una grotta di miele, gli amici del bosco lo libereranno. Lo Gnomo distratto ha perduto il suo magico Flauto dei Colori, come potrà suonare l'inno alla luna nell'importante giorno della grande Festa d'Estate? Uno scoiattolo rifiuta di aiutare un amico in difficoltà, ma si troverà lui stesso in difficoltà e comprenderà di essere stato ingiusto.

Le favole sono sottolineate dalla musica più dolce e da quella più allegra: il flauto, il salterio e l'organetto diatonico. Il flauto e l'organetto sono strumenti conosciuti, il salterio ad accordi o cetra è uno strumento a corde pizzicate dal suono armonioso, nato dall'evoluzione dei salteri medievali usato inizialmente nell'ambito della musica popolare è poi stato utilizzato nei monasteri per l'accompagnamento dei canti nelle liturgie. In questo caso il salterio incanterà i bambini.

Questo spettacolo vede l'impiego di piccole marionette, una montagna facilmente trasportabile, morbidi animaletti del bosco e abiti che diventano scenografia.

Durata 40 minuti. .

Rappresentabile in piccoli spazi: al chiuso o all'aperto.

 

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